Fondo Fotografico Euroasiatico

Il Fondo

Estremi cronologici

1974 2004

Consistenza

7 cartelle

Storia archivistica

Il fondo è stato donato alla Fondazione Sergio Poggianella dallo stesso titolare nel 2023.
Le fotografie sono state acquistate da Sergio Poggianella direttamente dai rispettivi autori tra il 2000 e il 2005.

Descrizione

Il fondo è in buono stato di conservazione e ordinato. Contiene complessivamente 503 stampe fotografiche ai sali dargento realizzate da Dugarjavyn Tserennadmid, Yordan Yordanov, Garo Keshishian, Rosen Donev, Ashot Papazyan.

Strumenti di ricerca interni al fondo

Elenco delle opere fotografiche in formato Excell, così come fornito da Sergio Poggianella.

La documentazione è stata prodotta da

Sergio Poggianella

La documentazione è conservata da

Fondazione Sergio Poggianella

I documenti relativi a questa acquisizione sono in fase di catalogazione e riordino

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Dugarjavyn Tserennadmid, This is one of the popular games called “Ankle bone shooting” (part.), stampa fotografica ai sali dargento 1/1, 1985, cm 29 × 39 ©FSP

Dugarsham Tserennadmid (Mongolia 1942-)

Pioniera del ritratto e voce visiva della Mongolia del Novecento, le sue immagini in bianco e nero, dagli anni ‘60 agli ’90, hanno documentato la vita nel suo paese.
Nata nella provincia di Khentii e ultima di 18 figli, Cresciuta nella provincia di Khentii, arriva alla fotografia attraverso il lavoro nei giornali statali degli anni ’60-’80: nel 1968 entra nell’agenzia nazionale MONTSAME, prima come laboratorista, poi come fotoreporter. Il suo sguardo è diretto, privo di retorica: bambini avvolti nelle fasce, pastori, donne al lavoro, ritratti presi nel flusso della vita. Nel 1978 ottiene un prestigioso Gran Prix in Giappone con la fotografia Morning Exercise, primo riconoscimento internazionale per una fotografa mongola.
Negli anni ’80 è considerata una maestra del ritratto e collabora con redazioni, istituti culturali e teatri. Negli anni Novanta abbandona la scena artistica e torna alle sue radici: il nomadismo.
La sua opera è un archivio affettivo della Mongolia socialista: essenziale, umana, profondamente onesta.

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Yordan Yordanov, Visita in carcere (part.), stampa fotografica ai sali dargento 1/1, 1976, cm 20,5 × 25,5 ©FSP

YORDAN YORDANOV (Bulgaria 1940-2009)

Nato a Sofia nel 1940 e scomparso nel 2009, Yordan “Yuri” Yordanov è uno dei grandi maestri della fotografia bulgara del secondo Novecento. Schivo, diretto, intransigente, è stato uno dei fotografi che hanno cambiato l’estetica del Paese: un “rompighiaccio”, come lo definì Ivo Hadzhimishev.
Dopo gli studi artistici e la formazione al Tecnico di Poligrafia e Fotografia “Julius Fučík”, inizia negli anni Settanta a lavorare per le riviste “Lada” e “Bozhur”, dove realizza servizi di moda e ritratti di rara eleganza. Ma la sua vocazione è altrove: nei villaggi, nelle strade sterrate, negli anziani che resistono all’oblio. Ogni fine settimana parte per documentare un Paese che sta scomparendo. La sua fotografia è netta, severa, umanista. Il bianco e nero diventa un linguaggio morale: solo verità.
Negli anni Ottanta raggiunge un riconoscimento internazionale stabile: medaglia d’oro a Münster (1970), oro alla Biennale Bulgara (1983) e Grand Prix (1987). Espone a Monaco, Tokyo, Houston (FOTOFEST 1990), Zurigo, Sofia, Plovdiv. Dopo il 1989 è tra i primi a entrare nelle carceri bulgare e nelle cliniche psichiatriche, creando serie diventate documenti essenziali della storia sociale del Paese. Seguono reportage in Albania e Mongolia, oggi considerati modelli del reportage dell’Europa orientale.
Le sue opere sono conservate presso la Bibliothèque nationale de France, il Musée de lElysée, il Museum of Fine Arts, Houston, il Tokyo Institute of Technology e la National Art Gallery.
Yordanov è stato un fotografo senza compromessi: povero ma libero, isolato ma rispettato. Ha trasformato la fotografia bulgara in un atto di coscienza. Oggi è considerato un classico.

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Garo Keshishian, Zingari IV (part.), stampa fotografica ai sali dargento 1/5, 1997, cm 44,5 × 57,5 ©FSP

GARO KESHISHIAN (Bulgaria 1946 -)

Nato a Varna nel 1946, di famiglia armena, Garo Keshishian è una delle figure più intense e profonde della fotografia bulgara contemporanea.
Comincia a fotografare negli anni Settanta, spinto non dal desiderio di documentare la realtà, ma di attraversarla: i suoi scatti non registrano eventi, li interpretano. In breve diventa un autore di riferimento nella fotografia dell’Europa dell’Est, capace di trasformare il bianco e nero in uno spazio di empatia, silenzio e densità umana.
Il suo nome è indissolubilmente legato alla serie “Строителни войски” (Truppe di Lavoro, 1983–1995), un corpus di oltre novanta immagini che raccontano i battaglioni di lavoro della Bulgaria socialista. Non sono fotografie di propaganda, né reportage politico: sono ritratti morali, incontri tra uno sguardo e delle vite sospese tra disciplina, fatica e dignità. In queste immagini Keshishian raggiunge la sua cifra più alta: l’umanesimo assoluto, la capacità di guardare l’altro senza giudicarlo.
Espone in Bulgaria, Europa e Stati Uniti: Arles, Tokyo, Houston (FotoFest), Montréal, Parigi. Le sue opere entrano nelle collezioni del Musée de lElysée, della Bibliothèque nationale de France, oltre che in istituzioni e collezioni private di tutta Europa. La critica lo considera uno dei fotografi più completi del suo tempo: un autore che unisce rigore formale, profondità psicologica e un rispetto quasi sacrale per i suoi soggetti. I suoi progetti successivi — dagli scatti urbani alla vita notturna, dai ritratti intimi alle scene domestiche — mantengono la stessa tensione interiore: un dialogo segreto con il destino delle persone comuni.
Keshishian non fotografa il rumore del mondo, ma ciò che resta quando il rumore svanisce: un gesto, una pausa, un volto che non chiede attenzione ma la merita.
Oggi Garo Keshishian è riconosciuto come uno dei maestri bulgari della fotografia documentaria postbellica: un autore che ha saputo restituire la verità di un’epoca senza alzare la voce, affidandosi solo alla forza inalterabile della luce.

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Rosen Donev, Mani di contadina (part.), stampa fotografica ai sali dargento 1/1, 1999, cm 20,5 × 40 ©FSP

ROSEN DONEV (Bulgaria 1953 -)

Nato a Varna il 26 settembre 1953, Rosen Donev è una delle voci più longeve e originali della fotografia bulgara. Vive ancora nella casa del nonno, costruita negli anni Trenta: un luogo che è radice, memoria, archivio personale. La sua formazione passa dal servizio militare, dove vince il concorso per fotografo della scuola ufficiali di Pleven. Da lì la fotografia diventa destino: nel 1975 entra nel foto-archivio statale; l’anno dopo è già fotoreporter del quotidiano “Polet”. Lavora poi per musei, riviste e case editrici; dagli anni Novanta è libero professionista.
Il suo percorso alterna due anime: il fotogiornalismo degli anni giovanili — rischioso, rapido, spesso ostacolato dalla polizia — e la fotografia artistica, che è il suo vero centro.
È un fotografo che ascolta il tempo: villaggi in declino, anziani che scompaiono, paesaggi che diventano rovine, ritratti che preservano una vita intera. Straordinaria la sua lunga ricerca nel villaggio di Stefan Stambolovo, dove ritorna per anni per documentare un mondo che si sgretola. Memorabili anche le serie dedicate ai paesaggi del Nord e alla musica jazz: Donev è uno dei pochissimi ad aver fotografato Miles Davis a Londra, un mese prima della sua morte.
Espone in Bulgaria, in Germania, nel Regno Unito, nei Paesi Bassi, in Lituania, in Lussemburgo. Le sue retrospettive — Varna, Sofia, Essen, Londra, Dordrecht, Vilnius — sono tappe di un percorso coerente e silenzioso. Oggi Rosen Donev è considerato un autore cardine della fotografia bulgara di provincia e di memoria: un osservatore gentile ma inesorabile, capace di salvare ciò che il tempo cancella.

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Ashot Papazyan, Thema II (part.), stampa fotografica ai sali dargento 1/1, 2000, cm 19 × 24 ©FSP

ASHOT PAPAZYAN (Armenia 1950 -)

Ashot Gaykovich Papazyan nasce il 23 febbraio 1950 a Gjumri (Armenia), una città dalla lunga tradizione artigianale e fotografica. Trasferitosi in Bulgaria, si stabilisce a Varna, dove inizia una carriera appartata ma rigorosa nel campo della fotografia d’autore. Dal 1971 lavora professionalmente come fotografo, mantenendo sempre una posizione indipendente e lontana dalle grandi strutture istituzionali.
Le sue prime partecipazioni ufficiali risalgono al 1980, con esposizioni nella città di Varna e in mostre distrettuali e nazionali. Nel 1989 partecipa alla Biennale della città di Sofia ottenendo il III premio, riconoscimento che lo inserisce nel circuito degli autori emergenti della fotografia bulgara. Nel 1990 riceve il titolo di photographer-painter, una qualifica attribuita in Bulgaria agli autori che coniugano la sensibilità compositiva dell’arte figurativa con il mezzo fotografico. Le sue fotografie—geometrie di luce, tagli netti, traiettorie luminose nel buio—sembrano orchestrare il vuoto come materia plastica. In bianco e nero o a colori, i suoi lavori non cercano il soggetto, ma la soglia: l’istante in cui un angolo, una lama di luce, una superficie anonima diventano pura forma visiva. È un linguaggio che dialoga con l’astrattismo fotografico europeo degli anni ’70-’80, ma con una voce assolutamente autonoma.
Papazyan non appartiene alla categoria dei fotografi sovraesposti o celebrati dalla critica: la sua opera sembra invece costruita per chi sa guardare. La forza delle sue immagini, tutte rigorosamente realizzate su pellicola, rivela un autore che ha fatto della concentrazione formale un metodo e dell’astrazione quotidiana un orizzonte poetico.

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