Thang-ka del Pantheon Sciamanico
- Denominazione
- Thang-ka del Pantheon Sciamanico
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Immagine portatile o da altare
- Nome locale
- Tengeruud ba Gazryn Ezed (mongolo)
- Datazione
- fine sec XIX
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Stampa xilografica (matrice in legno) a inchiostro nero su tela di cotone grezzo con policromia manuale post-stampa
- Dimensioni
- cm 75 x 48.5
- N. Inventario
- FSP/AEt/CRB/CPA/2166
NOTE
Con questa pittura non siamo più nel Buddhismo monastico classico, ma entriamo nel regno del Böö mörgöl, il Buddhismo popolare fortemente intriso di elementi sciamanici. Quando il Buddismo (specialmente la scuola Gelug) si diffuse in Mongolia a partire dal XVI secolo, non cancellò le credenze ancestrali, al contrario, le ‘addomesticò’: i Tngri – le antiche divinità sciamaniche dei monti, dei fiumi e del cielo – furono trasformati in protettori mondani del Dharma. Così in questa pittura, la ‘struttura’ (formato, gerarchia e disposizione) è puramente buddista, ma il contenuto celebra spiriti che esistevano secoli prima dell’arrivo del Buddismo nelle steppe. E se i thangka di divinità mirano alla liberazione spirituale e all’illuminazione, questa tavola sciamanica si occupa dell’orizzonte mondano: il Buddismo fornisce la cornice metafisica (la legge del Karma, la struttura dell’universo); lo Sciamanesimo fornisce le soluzioni pratiche (protezione del bestiame, successo nella caccia, salute del clan e dialogo con gli antenati). Nell’opera sono pertanto visibili oggetti che appartengono a entrambi i mondi: lo specchio rituale (Toli), tenuto dalla figura centrale, è l’attrezzo principale dello sciamano per vedere il futuro o riflettere il male, ma qui è inserito in un’iconografia che ricalca quella delle deità buddiste; gli animali guida come il lupo e l’aquila sono totem sciamanici, ma qui agiscono come vauhana (cavalcature) o messaggeri, proprio come le deità del pantheon tantrico indiano e tibetano.
L’opera è organizzata come una cosmogonia visiva che unisce il mondo celeste, quello umano e quello degli spiriti naturali.
Il Vertice Celeste, al centro in alto, è rappresentato da una divinità femminile – probabilmente Etugen Eke, la Madre Terra – che regge un toli affiancata dal Sole e dalla Luna, con gazze e falchi che fungono da messaggeri celesti. Sotto, il Regno Intermedio degli Antenati e dei Signori: una serie di figure in abiti nobiliari mongoli (Deel) siedono su troni; tra loro, guerrieri con teste di animali (lupo, orso) e figure armate di sciabole, che rappresentano gli Onon, gli spiriti degli antenati guerrieri che proteggono il clan. In basso al centro, il Signore della Caccia e delle Foreste, figura regale circondata da quattro grandi rapaci, che rappresenta il potere sulla natura selvaggia. Infine al di sotto, lo Zoo Sacro (tigre, lupo, orso, lince, serpente e tartaruga), gli spirit-helpers dello sciamano. Il motivo a ‘greca’ o ‘meandro’ (alkhan khee) della cornice è il simbolo mongolo dell’eterno movimento e della forza indistruttibile.
Da un punto di vista stilistico, la dimensione è di tipo narrativo: laa stesura del colore è fluida, quasi da illustrazione; l’uso della prospettiva e dei paesaggi montuosi ricorda la pittura di genere mongola (Zurag), dove il sacro non è separato dal paesaggio reale delle steppe; i colori sono estremamente vivaci, meno legati alla codifica simbolica del tantrismo (dove ogni colore indica una precisa emozione o famiglia di Buddha), volti a interpretare il realismo cromatico della natura.
È un pezzo che celebra l’identità mongola. Mentre i thangka buddhisti parlano un linguaggio universale (tibetano), questo parla un linguaggio specificamente nazionale e ancestrale. Documenta la persistenza (e la rinascita) delle radici sciamaniche in Mongolia. In molti monasteri mongoli, ancora oggi, si possono trovare cappelle dedicate a questi spiriti locali proprio accanto alle sale dei Buddha, segno che la convivenza raffigurata in questa tela è ancora una realtà vissuta.
BIBLIOGRAFIA
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