Il "Leone delle Nevi"
- Denominazione
- Il "Leone delle Nevi"
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Scultura Lignea Devozionale
- Nome locale
- Arslan (mongolo) e Seng-ge (tibetano)
- Datazione
- fine sec XIX
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Legno intagliato a mano; tracce di laccatura, policromia rossa e doratura; patina di fumo
- Dimensioni
- cm 13.2 x 6 x 10
- N. Inventario
- FSP/2023/AEt/CRB/CPA/2248
NOTE
La scultura rappresenta un “Leone delle Nevi” (in tibetano Seng-ge e in mongolo Arslan), una creatura mitologica che non è solo un animale, ma il simbolo della vitalità gioiosa e del potere senza paura del Dharma. Il leone è raffigurato con la bocca spalancata in un ruggito, mostrando i denti e i canini prominenti. Gli occhi sono globulari e sporgenti, fissi in uno sguardo che deve ‘terrorizzare’ le influenze negative che tentano di entrare nello spazio sacro o domestico. Le orecchie sono abbassate e la criniera è resa attraverso volute plastiche che conferiscono movimento alla scultura. L’animale poggia su una solida base rettangolare, con le zampe anteriori tese e muscolose: questa stabilità rappresenta la terra stessa, che il leone protegge dai cieli innevati.
Nell’iconografia buddhista, otto leoni sostengono il trono del Buddha: data la dimensione e la forma, questo pezzo potrebbe essere stato parte di un set di guardiani ai lati di un piccolo altare ligneo. Per i mongoli, il leone (Arslan) è sinonimo di forza indomabile: ad esempio, averlo vicino ai documenti di calcolo astrologico serviva a garantire che i responsi fossero seguiti con la necessaria fermezza e autorità.
L’intaglio è vigoroso e tipicamente mongolo, meno lezioso di quello sino-tibetano e più attento alla resa della forza bruta dell’animale. Sono visibili importanti tracce di pigmento rosso e oro. In origine, il “Leone delle Nevi” era spesso dipinto di bianco con la criniera turchese, ma in Mongolia la doratura e il rosso scuro (lacca) venivano preferiti per gli oggetti destinati agli altari delle famiglie nobili. La patina scura suggerisce che l’oggetto sia rimasto per lungo tempo esposto al fumo delle lampade a burro, un dettaglio che ne autentica l’uso rituale.
BIBLIOGRAFIA
Marylin M. Rhie, Robert A. F. Thurman, The Sacred Art of Tibet. Wisdom and Compassion, Thames & Hudson, London 1991
Tsultemin Uranchimeg, A Monastery on the Move: Art and Politics in Later Buddhist Mongolia, University of Hawaii Press, Honolulu 2020