Scheda Tecnica

COPPIA di Maschere Votive DI DHARMAPALA

Mongolia
sec XIX
Denominazione
COPPIA di Maschere Votive DI DHARMAPALA
Autore
Ignoto
Tipologia
Scultura Bronzea Devozionale
Datazione
sec XIX
Area Geografica
Mongolia
Materiali e Tecnica
Bronzo fuso e rifinito a freddo; policromia minerale (bianco e rosso); presenza di zhadag (sciarpe cerimoniali in seta)
Dimensioni
cm 13.3 x 9.3 e cm 12.7 x 10
N. Inventario
FSP/2023/AEt/CRB/CPA/2148-2149

NOTE
In Mongolia, maschere bronzee di queste dimensioni (circa 12 × 9 cm) non erano indossate da esseri umani, ma venivano utilizzate come maschere votive per adornare pilastri di templi, altari portatili o per essere applicate a effigi rituali in tessuto di grandi dimensioni.Rappresentano una coppia iconografica fondamentale nel Buddhismo Vajrayana mongolo: le diverse manifestazioni (pacifica e irata) delle divinità protettrici, i Dharmapala.
Le due teste mostrano infatti la dualità dellIlluminazione, che può manifestarsi con dolcezza o con forza distruttrice contro lignoranza: nella “Manifestazione Irata” (a sinistra) il volto è contratto in una smorfia di potere, la bocca è aperta e mostra le zanne e la lingua pronti a ‘divorare’ gli ostacoli al Dharma, gli occhi sono spalancati e sporgenti, il terzo occhio è più prominente e ‘attivo’, le sopracciglia arcuate e fiammeggianti sottolineano lenergia dinamica della divinità; nella “Manifestazione Pacifica” (a destra) i lineamenti sono distesi, si accenna un sorriso mentre lo sguardo si abbandona alla calma onniscienza.
Lapplicazione a freddo di pigmenti su metallo è una pratica rituale fondamentale per ‘animare’ la divinità: residui di pigmento bianco (caolino o biacca) sono chiaramente visibili nelle orbite oculari e allinterno delle incisioni del terzo occhio (urna); la sua funzione è indicare la ‘visione pura’ e lonniscienza della divinità; residui di pigmento rosso (vermiglione o cinabro) sulle labbra o nellincavo della bocca simbolegginoa la forza vitale e il potere trasformativo.
La raffinatezza del pezzo è determinata dalla qualità del lavoro ‘a freddo’ (post-fusione): la capigliatura è incisa con striature verticali fitte e parallele, tecnica che conferisce una texture vibrante in contrasto con la levigatezza del volto; i lobi, oltre ad essere allungati e forati, presentano incisioni decorative (motivi a voluta o geometrici) come traduzione astratta della morfologia delle stesse orecchie.
La presenza dello zhadag (la sciarpa di seta cerimoniale) a prolungamento della maschera conferma che queste siano oggetti di culto attivo: in Mongolia, lo zhadag viene offerto per onorare la divinità e per mantenere ‘viva’ la sua protezione. Il fatto che siano cave sul retro le definisce tecnicamente come ‘appliques’ o maschere da fissaggio, montate su supporti (forse altari lignei, pali cerimoniali o statue polimateriche) per agire come guardiani dello spazio sacro.
Lusura della doratura o della brunitura originale sulle parti sporgenti (naso, zigomi) indica una manipolazione cerimoniale prolungata nel tempo.


BIBLIOGRAFIA
AA. VV., Mongolyn Ardiin Urlag, Ulaanbaatar Fine Arts Museum / State Publishing, Ulaanbaatar 1982
Françoise Pommaret, Buddhist Art of Mongolia, Éditions du Patrimoine, Paris 2003
Tsultemin Uranchimeg, A Monastery on the Move: Art and Politics in Later Buddhist Mongolia, University of Hawaii Press, Honolulu 2020

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