Maschera rituale per danza Cham
Area Himalayana (Tibet orientale o Nepal)

'Dur-shing

XVIII secolo

Quando i monaci calavano la maschera sul volto, il respiro cambiava. La corte dei vivi e quella dei morti si toccavano per un istante, e una figura come questa – il ‘Dur-shing, il “volto del morto” – riemergeva dal Samsāra per prendere parte alla danza rituale.

Le luci tremolanti dei burri, il ritmo dei damaru e il profumo acre degli incensi trasformavano il legno dipinto in presenza reale: non un mostro, non un dio, ma l’essere umano spogliato di tutto, restituito al suo destino ultimo.

Indossata nei monasteri dell’Himalaya orientale, questa maschera ricordava ai partecipanti che ogni vita è un passaggio e ogni volto, prima o poi, diventa archetipo.

SCHEDA TECNICA

Autore: Anonimo
Titolo: Maschera rituale per danza Cham
Area Culturale: Area Himalayana (Tibet orientale o Nepal)
Datazione: XVIII secolo
Tipologia: Manufatto rituale / Maschera da danza monastica
Materiali: Legno scolpito e pigmenti policromi (oro, nero, rosso)
Dimensioni: cm 28 × 15,8

DESCRIZIONE

Maschera antropomorfa interamente scolpita in legno massello (probabile rhododendron o juniperus tibeticus, essenze leggere ma compatte, tipiche delle maschere himalayane), raffigurante un volto umano stilizzato, di forma ovale allungata.
La superficie mostra una policromia a campiture sovrapposte: fondo rosso-bruno con tracce di vernice nera nella parte superiore, indicativa di una capigliatura o calotta dipinta. I lineamenti sono scavati in modo geometrico: occhi a fessura orizzontale, leggermente obliqui e incorniciati da un profilo inciso e pigmentato in verde; naso triangolare e sporgente, scolpito a taglio netto; bocca rettangolare con apertura irregolare e dentatura sommariamente delineata; mento arrotondato, con un residuo scuro nella parte inferiore.
Colori: rosso ferroso (ematite), nero carbone, verde/oro a base di malachite; stesura a tempera con successiva vernice vegetale.
Tracce di usura: abrasioni in corrispondenza del naso e del mento; patina uniforme compatibile con uso rituale prolungato e contatto con pelle e tessuti.
La superficie appare lucida ma consunta, con crepe e fori di xilofagia, compatibili con l’uso prolungato e l’età del legno. Sul retro, incavo per adattamento al volto umano.

CONTESTO E INTERPRETAZIONE

Questo tipo di maschera veniva utilizzato nei riti lamaici di danza sacra (Cham), eseguiti da monaci in occasione di festività annuali, esorcismi o cerimonie di purificazione.
La semplicità dei tratti e l’assenza di elementi mostruosi fanno pensare a un personaggio secondario o a una figura “umana” nel corteo dei demoni, forse un morto resuscitato o un uomo comune inghiottito dal Samsāra.
Maschere simili sono documentate nei monasteri di Tsurphu, Hemis, Punakha e Ganden, spesso classificate come: ‘Dur-shing (volto del morto), Mi-‘dre (uomo–spirito) o Gshin-po (spirito defunto). Erano utilizzate durante le danze di Yama o dei Citipati, quando il corteo rappresentava la discesa nel regno dei morti.
La maschera rappresenta l’uomo comune posto di fronte alla morte – un volto spogliato di espressione, rigido, quasi funerario. Il colore rosso è associato al sangue, all’energia vitale e al karma dell’azione, ma in contesto tibetano assume anche valore apotropaico e purificatore: il rosso, ‘fuoco della saggezza’, brucia l’ignoranza. Il contrasto con il nero superiore allude alla transizione tra mondo terreno e oscurità del regno dei morti. Il sorriso appena accennato e la dentatura grezza non indicano ironia ma ambivalenza: la vita e la decomposizione, la forma e il vuoto. In alcune danze, maschere di questo tipo rappresentano i defunti che ricevono la liberazione grazie all’intervento delle divinità terrifiche.

STORIA
  • 2001 Acquisto al mercato antiquario di Bruxelles (Belgio)
  • 2013 Conferimento al Fondo di dotazione della Fondazione Sergio Poggianella
ESPOSIZIONI
  • 2023-2024 Trento (Palazzo delle Albere | MUSE MART METS), mostra “Sciamani. Comunicare con l’invisibile”
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
  • René de Nebesky-Wojkowitz, Oracles and Demons of Tibet, Mouton, 1956
  • Richard J. Kohn, Lord of the Dance: The Mani Rimdu Festival in Tibet and Nepal, SUNY Press, 1990
  • Gilles Béguin, Masques du Tibet, Éditions Findakly, 1995
  • Robert Beer The Encyclopedia of Tibetan Symbols and Motifs, Serindia, 1999
  • L. Faoro, E. Flor, G. Lorenzoni, M. N. Mollona, S. Poggianella, A. Tomasi, L. Scoz (a cura di), Sciamani. Comunicare con l’invisibile, Dario Cimorelli Editore, 2024
Logo

Fondazione Sergio Poggianella

Via Alloro 3 | 90133 Palermo (PA)

info@fondazionesergiopoggianella.org

+39 345 7686466

C.F. 94039920221 P.IVA 02158420221

© 2014 - 2026 Fondazione Sergio Poggianella