Thang-ka dei Chitipati (Kappeira)
- Denominazione
- Thang-ka dei Chitipati (Kappeira)
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Immagine portatile o da altare
- Nome locale
- ཐང་ཀ་ thang ka
- Datazione
- fine sec XVIII
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Tempera minerale su tela di cotone; montatura in seta rossa vibrante
- Dimensioni
- cm 56 x 47
- N. Inventario
- FSP/AEt/CRB/CPA/2291
NOTE
Thangka tessile (icona buddhista appesa) con pannello centrale dipinto e cucito su montatura in damasco di seta rossa vibrante. Cuciture visibili, giunte regolari.
Questo thangka rappresenta uno dei soggetti più iconici e visivamente potenti della tradizione tantrica mongola: i Chitipati (Kappeira), due deità protettrici del Dharma rappresentate come scheletri danzanti. Secondo la leggenda, erano due asceti che, assorti in una meditazione così profonda da non accorgersi di nulla, vennero decapitati da un ladro; da allora, appaiono in questa forma per ricordare ai praticanti l’impermanenza della vita. Danzano in sincronia sopra un loto bianco, all’interno di un’aureola fiammeggiante (prabhamandala). Entrambi hanno tre occhi (simbolo della visione onniscente) e portano corone di cinque piccoli teschi, che rappresentano la trasformazione delle cinque emozioni negative in saggezza. Reggono nelle mani coppe craniche (kapala) e scettri sormontati da teschi (thod-pa). Questi oggetti simboleggiano la vittoria sull’ego e la distruzione dell’ignoranza. La danza avviene in un cimitero o ‘campo di cremazione’, luogo di trasformazione spirituale per eccellenza. Il paesaggio circostante presenta colline verdi e un cielo notturno striato di nuvole scure, creando un contrasto drammatico con il rosso acceso delle fiamme.
La resa delle ossa è anatomica ma stilizzata, con un uso sapiente delle linee di contorno nere che conferiscono tridimensionalità alle figure. La dinamicità della danza, con le gambe sollevate in ardhaparyankasana, è resa con una fluidità tipica delle scuole mongole, meno rigide rispetto ai canoni centrali tibetani. Il contrasto tra il bianco avorio degli scheletri e il rosso profondo delle fiamme e della montatura è una scelta deliberata per generare un impatto visivo immediato. Il rosso della seta esterna, leggermente usurato dal tempo, è tipico delle stoffe cerimoniali utilizzate nei monasteri mongoli.
Si notano alcune cadute di colore e una leggera opacizzazione della tela, segni naturali di un uso devozionale prolungato. La patina è coerente con una datazione a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo.
BIBLIOGRAFIA
Ann Shaftel, “Notes on the Technique of Tibetan Thangkas”, in Artibus Asiae, Vol. 41, No. 1/2, pp. 115–136, Museum Rietberg Zürich / Harvard University, 1979
David Jackson e Janice Jackson, Tibetan Thangka Painting: Methods and Materials, Shambhala Publications, Boulder 2012 (1984)
Neelam Agrawal Srivastava, “Buddha and Buddhism as the Subject Matter in Thangka Paintings”, in International Journal of Multidisciplinary Educational Research (IJMER), Vol. 7, Issue 2(4), pp. 204–218