Tsatsa di Sita Mahakala a sei braccia
- Denominazione
- Tsatsa di Sita Mahakala a sei braccia
- Autore
- Ignoto
- Tipologia
- Scultura Lignea Devozionale
- Datazione
- sec XIX
- Area Geografica
- Mongolia
- Materiali e Tecnica
- Terracotta (argilla pressata) con policromia a pigmenti minerali; tesuuti in seta; cornice in legno dorato e laccato
- Dimensioni
- cm 12.2 x 10.5 x 5
- N. Inventario
- FSP/2023/AEt/CRB/CPA/2260
NOTE
Esempio raffinato di arte devozionale plastica mongola. Si tratta di una placca votiva in altorilievo, tecnicamente definita Tsatsa (o Tsha-tsha), inserita in una cornice lignea che la trasforma in un piccolo altare portatile. La divinità raffigurata è Sita Mahakala o Mahakala Bianco (in tibetano mGon-po dkar-po; in mongolo Tsagaan Mahagala) a sei braccia, la manifestazione irata del Bodhisattva della Compassione, Avalokiteshvara, preposta alla prosperità e alla rimozione degli ostacoli economici.
Gli Tsatsa sono piccole sculture votive del Buddhismo tibetano, nate in India come ricordo dei pellegrinaggi e divenute in Tibet un importante strumento di pratica spirituale. Realizzati con argilla, gesso o terracotta pressati in stampi sacri, possono contenere acqua benedetta, erbe, minerali preziosi, mantra o persino ceneri dei defunti, trasformandosi in reliquiari portatori di meriti. Raffigurano Buddha, divinità o stupa e vengono creati recitando mantra, come atto di purificazione e accumulo di meriti. Offerti in templi, grotte e altari domestici, o inseriti in statue più grandi, gli tsa tsa restano oggi un ponte concreto tra praticante e sacro, unendo devozione, ritualità e memoria.
In questo esemplare, il corpo della divinità è dipinto in argento/bianco, elemento che lo distingue radicalmente dalle più comuni forme nere o blu di Mahakala: il bianco simboleggia la pacificazione della sofferenza causata dalla povertà e l’incremento del merito spirituale e materiale. Mahakala è raffigurato con sei braccia, ognuna recante un attributo simbolico (anche se la scala ridotta della terracotta ne sintetizza alcuni): la divinità regge davanti al petto il Chintamani (il gioiello che esaudisce i desideri) e una Kapala (coppa cranica) colma di nettare; le mani superiori impugnano un Damaru (tamburello) e un Trishula (tridente); una delle mani intermedie regge un Kartika (coltello sacrificale). La divinità calpesta due figure distese con testa di elefante: in questo specifico contesto iconografico, i due Ganesha (signori degli ostacoli) rappresentano gli impedimenti mondani che Sita Mahakala sottomette per liberare la via alla prosperità del devoto. La figura è circondata da una Prabhamandala (un’aureola fiammeggiante) dipinta con colori vivaci (rosso e blu) che simboleggia l’energia trasformatrice della rabbia illuminata. La cornice lignea presenta una forma ogivale a ‘finestra’, tipica dei reliquiari o delle nicchie d’altare (Gau fissi).
Quest0 Tsatsa è un oggetto di devozione pratica. Veniva prodotta in serie tramite stampi nei monasteri e poi dipinta a mano con pigmenti minerali. Spesso associata alla tradizione Gelug (i Berretti Gialli), questa specifica forma diMahakala è molto venerata in Mongolia come protettore della ricchezza del clan o del monastero. L’uso del pigmento argenteo è indice di una committenza di buon livello, poiché la colorazione metallica serviva a simulare la preziosità delle statue in metallo fuso.
BIBLIOGRAFIA
Giuseppe Tucci, Indo-Tibetica I. “mC’od-rten” e “tsha-tsha” nel Tibet indiano ed occidentale, Reale Accademia d’Italia, Roma 1932
Gilles Béguin, Les tsha-tsha tibétains, Museo Guimet, Paris 1990
Juan Li, “The Iconography of Tibetan Tsha-tsha”, in Arts of Asia, Vol. 25, N. 1, 1995