Scheda Tecnica
Shunga (scena erotica)
Utagawa Kunisada (Toyokuni III) attribuito
pre-1842
- Autore
- Utagawa Kunisada (Toyokuni III) attribuito
- Titolo
- Shunga (scena erotica)
- Datazione
- pre-1842
- Paese
- Giappone
- Materiali e Tecnica
- Nishiki-e (xilografia policroma a blocchi di legno, uno per ogni colore) su carta hosho (carta di gelso)
- Dimensioni
- cm 37 x 73 (serie intera) e cm 37 x 23.3 (singola tavola, formato ōban tate-e)
- N. Inventario
- FSP/2023/AET/JSU/CPA/1008
- Attribuzione
- Utagawa Kunisada (Toyokuni III)
NOTE
- Soggetto Dittico xilografico appartenente al genere Shunga (letteralmente, “pitture di primavera”), ovvero l’arte erotica giapponese, risalente al tardo periodo Edo (probabilmente metà del XIX secolo). Lo Shunga nel periodo Edo ha rappresentato un genere perfettamente legale (fino alle riforme del 1842), prodotto dai maggiori maestri (Utamaro, Hokusai, Kunisada, Kuniyoshi), destinato a tutte le classi sociali e considerato porta fortuna matrimoniale.
- Scena Raffigura una coppia all’interno di un ambiente domestico riccamente arredato. Nell’alcova (tokonoma), sullo sfondo in alto a destra, c’è una decorazione cerimoniale (un sanbo, un supporto in legno per offerte) che potrebbe contenere cibarie tipiche del Capodanno (come gamberi o torte di riso): è molto probabile che questa sia una ‘stampa di Capodanno’. Era infatti tradizione regalarsi o guardare Shunga all’inizio dell’anno come portafortuna (warai-e, immagini che fanno ridere/sorridere) per scacciare la sfortuna e propiziare fertilità e gioia. All’estrema sinistra, sul tavolino rosso, una piccola statua di Hotei, il dio della fortuna con la pancia grossa: Hotei è spesso raffigurato negli Shunga come uno ‘spettatore’ benevolo; la sua presenza sottolinea l’atmosfera giocosa e positiva dell’atto sessuale, lontano dal senso di colpa o dal concetto occidentale di ‘peccato’. La postura dinamica, gli sguardi e il movimento dei kimono appartengono alla grammatica visiva dello Shunga di prima metà Ottocento, pienamente codificata e non realistico-documentaria.
- Inscrizioni Sulla parete interna compaiono calligrafie, un testo fluttuante attorno alle figure (gaki): non si tratta di poesie (come Kyōka o Haiku o Tanka) ma la ‘rappresentazione’ delle parole pronunciate dai personaggi durante l’atto – spesso scritte come in questo caso in kuzushiji (corsivo antico giapponese) – che riportano un linguaggio colloquiale, esplicito e talvolta dialettale dell’epoca.
- Timbro censoriale Questo tipo di timbro compare solo in Shunga o in stampe non destinate alla vendita pubblica, oppure in stampe pubbliche precedenti alle riforme di Tenpō. È documentato nei cataloghi MFA, Rijksmuseum e British Museum.
ATTRIBUZIONE
Lo stile della stampa mostra caratteristiche fortemente riconducibili a Utagawa Kunisada (Toyokuni III) o alla sua cerchia più prossima.
La fisionomia femminile, con il volto pieno, gli occhi allungati e leggermente inclinati verso il basso, la linea del naso morbida e la bocca minuta, è del tutto coerente con il canone kunisadiano della maturità. Anche la resa delle mani, eleganti e affusolate, segue un modello che ricorre frequentemente nei suoi bijin-ga e nei suoi shunga.
L’ambientazione interna, ricca di dettagli – paraventi, tessuti, arredi – e la complessità ornamentale dei kimono, con pattern fitti e variazioni cromatiche basate sul blu di Prussia e sul rosso brillante, rappresentano ulteriori indicatori stilistici collegati alla bottega di Kunisada. È caratteristico anche l’uso scenografico dello spazio: figure ravvicinate, superfici ampie di tessuto come elementi compositivi, e una gestualità teatrale che richiama esplicitamente il mondo del kabuki, da cui l’artista attingeva costantemente.
La presenza dei timbri censoriali potrebbe confermare una datazione anteriore alle riforme Tenpō (1842), periodo in cui Kunisada produsse numerosi Shunga non firmati o mascherati da firme apocrife per eludere le restrizioni sulle stampe erotiche. Anche l’impostazione generale – elegante, vivace, priva d’eccessi grotteschi – riflette il tono più raffinato degli Shunga dell’Utagawa.
Nel complesso, l’insieme dei dati formali e tecnici suggerisce un’attribuzione solida a Kunisada oppure a uno dei suoi collaboratori diretti, attivo nella bottega con un linguaggio perfettamente allineato al maestro.
BIBLIOGRAFIA
Richard Lane, Shunga: The Secret Museums of Japan, Tuttle Publishing, Tokyo / Rutland 1969
Richard Illing, Shunga: Images of Spring – Japanese Erotic Art, British Museum Press, Londra 1975
Lorenz Bichler, L’Art Érotique Japonais, Hachette Pratique, Paris 2008
Timothy Clark (a cura di), Shunga: Sex and Pleasure in Japanese Art, British Museum Press, Londra 2013
Monta Hayakawa (a cura di), Shunga: Erotic Art in Japan, Reaktion Books, Londra 2013