Ultima Cena
Benvenutə in un’opera dove l’assenza si fa sostanza e il vuoto diventa voce. Davanti a questo maestoso dittico del 1985, Emilio Isgrò ci invita a partecipare a una tavola imbandita di domande, dove il rito sacro dell’Ultima Cena viene filtrato attraverso il gesto radicale della cancellatura.
Osserva la parte superiore: una lunetta che sembra il portale di un tempio laico, dove le parole inseguono il nome di Johann Sebastian Bach in una fuga testuale infinita, trasformando la lettura in un’esperienza puramente musicale. Nella parte inferiore, i commensali ci appaiono come presenze senza tempo; i loro volti, trasformati in ovali bianchi, non sono stati cancellati per essere distrutti, ma per essere preservati dal rumore del mondo.
In questa Ultima Cena, Isgrò ci insegna che nascondere un’immagine significa, in realtà, permetterci di vederla davvero per la prima volta. È un invito a riscoprire il sacro nell’essenziale, una preghiera concettuale dove il bianco della tela non è mai stato così denso di significato.
SCHEDA TECNICA
Autore: Emilio Isgrò (Barcellona Pozzo di Gotto, 1937)
Titolo: Ultima Cena (La Veglia di Bach) – Dittico
Datazione: 1985
Tecnica: Tecnica mista su tela montata su legno
Dimensioni: cm 200 × 153
Iscrizioni: Firma autografa sul retro: ULTIMA CENA / (La Veglia di Bach) / Emilio Isgrò / 1985
Curatela di riferimento: Marco Bazzini
DESCRIZIONE
L’opera si presenta come un dittico a sviluppo verticale dalla forte valenza architettonica.
Parte Superiore (Lunetta). Una forma semicircolare che evoca l’abside di una chiesa o il timpano di un tempio. Su una superficie bianca immacolata, il testo è disposto in archi concentrici. Le frasi giocano sulla ripetizione ossessiva del nome “Bach” e di numerazioni progressive (“Se il primo Bach chiama il secondo Bach…”), creando un ritmo visivo che mima la fuga musicale o una litania laica.
Parte Inferiore (Convito). Cinque figure umane sono disposte orizzontalmente. Isgrò opera qui la sua celebre “cancellatura” per sostituzione: i volti sono trasformati in ovali bianchi, simili a maschere minimaliste o particole eucaristiche, dove solo pochi tratti essenziali sopravvivono. Le figure, vestite con abiti che richiamano una quotidianità senza tempo (notare l’ombrello tenuto come un bastone pastorale), sono immerse in una luce lattiginosa, quasi sovraesposta.
CONTESTO e INTERPRETAZIONE
Nell’Anno Europeo della Musica (1985), il Teatro alla Scala commissiona a Emilio Isgrò una mostra: nasce così l’installazione multimediale La veglia di Bach, allestita nella Chiesa di San Carpoforo a Milano dal 7 dicembre 1985 al 31 gennaio 1986. L’evento presentava un’installazione scenografica e concettuale, descritta come una «opera per immagini, parole, tastiere e un organo interrotto».
In quest’opera del 1985, Isgrò affronta uno dei temi cardine dell’iconografia occidentale – l’Ultima Cena – attraverso il filtro della sua poetica della cancellatura.
L’Assenza come Presenza. Cancellare, per Isgrò, non significa distruggere, ma dare nuova forza alla parola e all’immagine. Nascondendo i volti degli apostoli (o dei commensali), l’artista costringe lo spettatore a concentrarsi sul significato del rito piuttosto che sull’identità dei partecipanti.
La Veglia di Bach. Il riferimento a Johann Sebastian Bach nel sottotitolo e nel testo superiore non è casuale. Bach rappresenta l’ordine matematico divino tradotto in musica. Il testo, apparentemente assurdo, riflette la struttura delle sue composizioni: un gioco di specchi dove l’identità si moltiplica (il primo Bach, il secondo Bach…) fino a diventare astrazione pura.
Il Sacro Laico. L’opera funge da ponte tra la tradizione religiosa e la freddezza del concettuale. È un’Ultima Cena dove Cristo è assente, o forse è ovunque, moltiplicato nel ritmo infinito della parola “Bach”.
«Questa Veglia di Bach allestita nel fascinoso invaso della chiesa di S.Carpoforo, è in un certo senso la summa delle sue creazioni precedenti. Questa volta con una doppia valenza: quella celebrativa della morte di Bach – che di tavola in tavola viene seguita in una sorta di biografia immaginaria dove emergono dal bianco immacolato i lacerti e i lembi di figure strappate alla memoria della vita e dell’opera del grande compositore; e quella che oserei definire decisamente “pittorica”. Isgrò infatti ha realizzato qui, non solo alcuni dei suoi esempi di semantizzazione assurda (le frasi italiane, latine o di altre lingue che diventano messaggi portatori di concetti oltre che di valori grafico – spaziali: le scritte che ripropongono testi di vangeli inesistenti; le farfalle colorate che volteggiano nel “prologo degli evangelisti”); ma ha raggiunto in molte tavole degli autentici risultati plastico – pittorici, il bianco della carta e della tela, i colori spenti di certi inserti fotografici ricoperti o sfumati dalla biacca; la presenza di alcuni apporti cromatici come il rosso, come il bianco, come il grigio di una mano rattrappita di Bach morente». Gillo Dorfles, Un artista neobarocco per celebrare Bach, “Corriere della Sera”, 12 dicembre 1985.
STORIA
- 1986 Acquisto da parte della Galleria Fonte d’Abisso Arte di Modena direttamente dall’autore
- 2001 L’opera entra collezione privata di Sergio Poggianella
- 2013 L’opera è conferita al Fondo di dotazione della FSP
ESPOSIZIONI
- 1985 Milano (Chiesa di San Carpoforo), mostra “La veglia di Bach”
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- Emilio Isgrò (testi in catalogo di Lorenzo Arruga, Guido Ballo e Vittorio Gregotti), La veglia di Bach, Mazzotta, Milano 1985
- Emilio Isgrò, Teoria della Cancellatura 1964-1990, Edizioni Fonte d’Abisso, Modena 1990
- Achille Bonito Oliva, Emilio Isgrò, Mazzotta, Milano 2001
- Germano Celant, Emilio Isgrò, Skira, Milano 2014
- Marco Bazzini (a cura di), Isgrò, Electa, Milano 2016