Giaguaro Moche
Sei in un altro tempo, in un altro luogo: duemila anni fa, tra il deserto della costa nord peruviana e le montagne andine, in una delle imponenti piramidi di mattoni crudi (Huacas) della costa peruviana. Tra il fumo degli incensi e il ritmo dei tamburi, gli artigiani mochica modellavano nell’argilla figure vive, pulsanti, cariche di potere simbolico.
Per la cultura Moche, il giaguaro era il predatore totale, il signore della notte e del mondo sotterraneo, capace di muoversi tra le dimensioni. E questo vaso zoomorfo – un felino pronto a balzare, con le zanne esposte e lo sguardo vigile – appartiene a quell’universo. Non è solo un contenitore rituale: è una presenza. Un frammento di mito, un compagno di cerimonie, un tramite tra il mondo umano e quello delle divinità che abitavano la notte, i campi, le acque.
In questo vaso, l’argilla si fa muscolo e tensione. Ogni dettaglio racconta di un’epoca in cui l’uomo cercava di assorbire la forza degli animali per parlare con gli dei. Ancora oggi, osservare quest’opera significa avvicinarsi all’immaginario dei Moche, una delle culture più affascinanti e raffinate del mondo precolombiano.
SCHEDA TECNICA
Autore: Anonimo
Titolo: Vaso rituale zoomorfo (Giaguaro)
Cultura: Moche (o Mochica)
Area: Perù settentrionale, valli della costa
Datazione: ca. 200 a.C. – 500 d.C. (Periodo Intermedio Antico)
Materiali: Argilla modellata a mano, levigata e policroma (ingobbio)
Dimensioni: cm 30 × 47 × 32
Curatela di riferimento: Valeria Mazzoleni
DESCRIZIONE
L’opera rappresenta un felino (probabilmente un giaguaro o un puma) in posizione accovacciata ma tesa, con una forte enfasi sul volume plastico.
La lettura morfologica evidenzia un corpo è robusto e muscoloso; la parte inferiore del corpo è distesa sul fianco destro, la parte superiore rimane frontale con il capo eretto; le fauci sono semiaperte e mostrano le zanne; grandi occhi a mandorla bordati di bianco che conferiscono un’espressione vigile e minacciosa; le zampe mostrano artigli pronunciati. Compattezza della forma scultorea.
Sulla schiena dell’animale si innesta un collo svasato tipico della produzione ceramica Moche, utilizzato per versare liquidi rituali.
La tavolozza cromatica è limitata ma efficace, basata su toni terrosi (rosso ocra, crema e bruno). La superficie è finemente levigata, tipica della raffinata lavorazione ceramica di questa cultura, che non utilizzava il tornio.
CONTESTO E INTERPRETAZIONE
Questo straordinario vaso rituale mochica raffigura un felino – interpretato come un giaguaro – modellato con una resa sorprendentemente plastica. L’apertura del recipiente è integrata con grande perizia plastica nella figura dell’animale. La superficie, levigata e lucida, presenta la tipica bicromia ocra e crema delle ceramiche mochiche, ottenuta grazie all’uso di un’argilla ricca di ferro.
L’esecuzione accurata, la resa espressiva e soprattutto le dimensioni eccezionali ne fanno un esemplare raro, come confermato dalla studiosa Valeria Mazzoleni: la coroplastica mochica, infatti, predilige forme più piccole, spesso destinate a contesti funerari o rituali domestici.
La cultura Mochica, sviluppatasi tra il I millennio a.C. e il VIII d.C. sulla costa settentrionale del Perù, è tra le più sofisticate del mondo precolombiano. Le sue ceramiche — famose per il naturalismo e la brillantezza — erano marcatori di identità sociale, strumenti rituali e oggetti di prestigio.
Il giaguaro è una figura cardine dell’immaginario moche. È legato ad Aiapaec, la divinità suprema, protettrice e punitrice, raffigurata con un volto felino antropomorfo, zanne e onde marine a incorniciare la figura — come nelle pitture murali delle Huacas del Sol e de la Luna a Moche.
Nel 2014, durante una campagna di scavi diretta da Santiago Uceda, furono rinvenute mandibole e artigli di giaguaro in una sepoltura tra le due Huacas. La scoperta suggerisce una differenza tra i Moche del Nord — dove il culto del dio-giaguaro è ricorrente — e i Moche del Sud, dove tali elementi non compaiono.
Per caratteristiche iconografiche, qualità formale e dimensioni, questo vaso è attribuibile con buona probabilità ai Moche del Nord ed era destinato a cerimonie di alto rango.
ANALISI DELLE ALTERAZIONI STRUTTURALI
L’osservazione diretta del manufatto evidenzia un insieme di alterazioni strutturali, microfratture e aree di usura coerenti con la natura archeologica dell’opera e con le proprietà meccaniche dell’impasto ceramico mochica (argilla ferruginosa a media compattezza): frattura longitudinale sul fianco destro posteriore; linea di frattura secondaria sull’arto anteriore sinistro; lesioni e microfessurazioni diffuse (craquelure da invecchiamento, fessurazioni radiali attorno all’apertura dorsale); alterazioni dei margini e perdita di materiale (marcata ai margini delle orecchie, accennata alle estremità delle zampe anteriori, lieve alle terminazioni delle “unghie” e alle cuspidi delle zanne); alterazioni della superficie pittorica (pigmento assottigliato e patina d’uso; fori di un probabile intervento di restauro)
Stabilità attuale: le fratture maggiori appaiono stabilizzate, senza segni di flessione attiva; la superficie, pur segnata, è coerente con l’età e non mostra restauri invasivi; il punto più vulnerabile è il raccordo tra imboccatura e schiena, dove le fessurazioni radiali suggeriscono attenzione nel maneggiare.
Raccomandazioni conservative: manipolazione con supporto a due mani sotto il ventre, mai dalla parte dell’imboccatura; controllo microclimatico consigliato 45–55% UR, temperatura 18–21 °C, illuminazione ≤ 50 lux per preservare i pigmenti originali, verifica periodica delle linee di frattura con luce radente.
STORIA
- 1964 Arrivo da New York (USA), a Rovereto (Italia): il nonno materno di S.P., Francesco Tomasini (1890-1971) giunge da New York a Rovereto presso la casa della figlia naturale, Antonietta Poglianich (1919-1981) madre di S.P., dove risiede fino alla sua morte
- 1971 Donazione da Francesco Tomasini a Sergio Poggianella
- 2013 Conferimento al Fondo di Dotazione della Fondazione Sergio Poggianella
ESPOSIZIONI
- 2014 Rovereto, TN (Auditorium Melotti), mostra dedicata in occasione della “XXV Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico”
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
- Christopher B. Donnan, Moche Art and Iconography, UCLA, 1978
- Francesca Mazzoleni e Valeria Mazzoleni, Arte precolombiana. I giganti, Edizioni Mazzoleni Arte, Milano 1989
- Izumi Shimada (a cura di), Moche Art and Archaeology in Ancient Peru, National Gallery of Art, Washington D.C., 1994
- Jeffrey Quilter, The Moche of Ancient Peru: Media, Messages, and Meaning, Peabody Museum Press, 2010
- Santiago Uceda, Ricardo Morales, Moche: Visiones del Perú Antiguo, Fondo Editorial PUCP, Lima, 2011
- Steve Bourget, Sacrifice, Violence, and Ideology among the Moche. The Rise of Social Complexity in Ancient Peru, University of Texas Press, 2016
ALLEGATI
- Certificazione di analisi di termoluminescenza (TL 2010)
- Dossier di Valeria Mazzoleni