Raccontare su tela. Il Naqqāli in Iran
Il Naqqāli. Una tradizione antichissima
Il Naqqāli è una forma di intrattenimento che fonde letteratura, recitazione e pittura.
Nata in epoca pre–islamica e fiorita sotto la dinastia Qajar (1789-1925), questa pratica serviva a istruire e intrattenere il popolo. In assenza di cinema o televisione, il Naqqāli era il ‘grande schermo’ dell’epoca: un momento di aggregazione sociale in cui il racconto orale diventava visibile, trasformando un semplice spazio pubblico in un palcoscenico sacro o eroico.
Le opere rappresentate in questo percorso – come, più in generale la “Collezione di Arte Popolare dell’Antica Persia” della FSP – afferiscono al periodo Qajar.
Raccontare su tela. Il Naqqāli in Iran
L'epoca d'oro. Mitologia e potere Qajar
Sotto la dinastia Qajar (1789-1925), il Naqqāli visse la sua stagione più sfolgorante, diventando un sofisticato strumento di propaganda. I sovrani compresero che la mitologia dello Shāhnāmeh (il Libro dei Re di Ferdowsi) era fondamentale per legittimare il proprio potere: promuovendo le gesta degli antichi eroi persiani, la dinastia si presentava come la naturale erede di quella stirpe leggendaria.
Questa operazione culturale è funzionale a due obiettivi: consolidare il senso di appartenenza del popolo attorno alla figura del sovrano, custode della gloria antica (identità nazionale); diffondere il messaggio politico direttamente nelle strade attraverso il volto degli eroi epici (consenso popolare).
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Il Naqqāl. Il narratore errante
Il Naqqāl non è un semplice lettore, ma un attore completo che interpreta eroi, re, demoni e santi, modulando toni e ritmi per guidare il pubblico attraverso emozioni e rivelazioni. Utilizzando un bastone di legno (mantasha), gesti enfatici e una voce modulata per evocare il fragore delle spade o il pianto delle vedove, il narratore guida l’occhio del pubblico tra i dettagli della tela e trasforma il racconto in un’esperienza collettiva. La sua abilità risiede nell’improvvisazione e nel mantenere viva la tensione drammatica per ore. Custode della lingua persiana e dei suoi segreti, profondo conoscitore della letteratura classica, il Naqqāl è la memoria e la voce di un patrimonio millenario.
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Il Pardeh. La grande tela dipinta
Il cuore visivo di questa tradizione è il Pardeh (letteralmente tenda o sipario). Queste grandi tele, spesso lunghe diversi metri, sono dipinte a olio da artisti popolari: sono allo stesso tempo scenografia e strumento nella performance del Naqqāl.
Ogni pannello raffigura episodi chiave di un preciso ciclo narrativo: battaglie, viaggi, apparizioni divine, martiri, mostri e prodigi. La loro struttura non segue la prospettiva occidentale, ma una logica gerarchica e simbolica: i protagonisti sono enormi al centro, mentre le scene secondarie si affollano ai margini. Una singola tela può contenere fino a 70 episodi diversi, permettendo al narratore di muoversi nello spazio e nel tempo senza mai cambiare scenografia.
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La Qahveh-Khāneh come teatro popolare
Per secoli, il teatro del Naqqāli è stata la Qahveh-Khāneh (letteralmente casa del caffè): i tradizionali bar dell’Iran erano luogo d’incontro per viaggiatori, artigiani, mercanti e lavoratori. In questi spazi – tra il fumo dei narghilè e la musica del setār – le tele erano appese alle pareti come finestre aperte sull’infinito.
Ma il Naqqāli viveva anche sulla strada, nei bazar e vicino alle moschee. Erano i luoghi della democrazia culturale: nobili e umili sedevano fianco a fianco, uniti dall’emozione di una storia antica.
Lo stile pittorico dei Pardeh viene spesso definito pittura Qahveh-Khānehei, proprio perché queste tele erano esposte, anche permanentemente, all’interno di questi locali.
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Il ciclo dello Shāhnāmeh, il Libro dei Re (I)
Nel Naqqāli, il ciclo più amato è senza dubbio quello dello Shāhnāmeh (Libro dei Re), il poema epico nazionale scritto nel X–XII secolo da Ferdowsi (alias di Abu’l Ghassém, Khorasan 940ca. – 1020ca.).
In questo libro, il racconto intreccia il mito e la storia dell’Iran attraverso figure di (Rostam, Sohrab, Zal e Tahmineh), contribuendo a rafforzare un sentimento di appartenenza e l’identità nazionale.
Alla tradizione scritta si è aggiunta quella orale: episodi dello Shāhnāmeh sono stati narrati miglaia e migliaia di volte da cantori girovaghi, dervisci, sufi e letterati, inclusi i Naqqāl.
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Il ciclo dello Shāhnāmeh, il Libro dei Re (II)
Dal libro di Ferdowsi alle tele del Naqqāli, lo Shāhnāmeh è un repertorio inesauribile di duelli, magie, tradimenti e prove iniziatiche che celebrano le gesta, tra gli altri, dell’eroe Rostam, i suoi tormenti e le sue vittorie.
È soprattutto nella tradizione del Naqqāli, che gli episodi dello Shāhnāmeh diventano parabole morali e politiche: il coraggio del guerriero, la lealtà, l’onore e il destino sono recitati come insegnamenti per la comunità.
La fortuna di questo libro e la forza pervasiva delle immagini che lo accompagnano sono tali da influenzare anche l’iconografia di un altro tipo di Pardeh: la tenda divisoria per ambienti domestici.
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Il ciclo della Battaglia di Karbalā (I)
Accanto all’epica dei Re, brilla il ciclo religioso attraverso cui si rievocano le gesta e il martirio dell’Imam Hussein (Al–Husayn ibn Ali), figura centrale della storia e della fede islamica, in particolare per lo sciismo.
Figlio secondogenito di Ali ibn Abi Talib (quarto califfo e primo Imam sciita) e di Fatima (figlia del profeta Maometto), Hussein con il gruppo dei suoi 72 seguaci – consapevoli di andare incontro a morte certa – affronta a Karbalā nel 680 d.C. l’esercito del del califfo omayyade Yazid I.
La Battaglia di Karbalā si conclude con il massacro di Hussein e dei suoi compagni, motivo per cui la sua figura è onorata con il titolo di Sayyed al-Shuhada (Principe dei Martiri).
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Il ciclo della Battaglia di Karbalā (II)
Nel ciclo della Battaglia di Karbalā il tono si fa tragico e devozionale: il Naqqāl guida il pianto rituale del pubblico, indicando i dettagli del sacrificio e della sofferenza. Anche i colori si fanno solenni: il rosso del sangue (il sacrificio) e il verde dell’Islam (la fede) creano un contrasto cromatico potente, trasformando la tela in un sorta di ‘altare portatile’ che unisce arte e sentimento religioso.
Hussein ne è il protagonista assoluto, tradizionalmente raffigurato in sella a Zuljanah, il fedele cavallo bianco (il colore della lealtà): così, nell’atto di squarciare il nemico, occupa tutta la campitura centrale del Pardeh; intorno, i quadri con i ‘micro-racconti’ tratti dalla sua biografia o da quella dei suoi seguaci.
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Il ciclo della Battaglia di Karbalā (III)
Spesso, ai margini della tela sulla destra, vengono mostrati i destini ultraterreni: solitamente, in alto, il paradiso Behesht, la gloria dei martiri; in basso, l’inferno Dozakh, il tormento degli oppressori.
Se il centro della tela è il luogo della battaglia e del dolore terreno, i margini destri rappresentano il verdetto eterno: Hussein e i suoi seguaci sono accolti tra i beati; Yazid e i suoi generali bruciano tra le fiamme.
Queste scene costituiscono la chiusura logica e morale dell’intero racconto epico, dando evidenza alla sua funzione pedagocica: l’ingiustizia subita dai martiri a Karbalà sarebbe stata vendicata dalla giustizia divina, perché il potere tirannico è effimero e destinato alla dannazione.
Un messaggio politico potente sotto la dinastia Qajar.
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Dal declino alla tutela UNESCO. Naqqāli come patrimonio vivente
Con l’avvento della radio e del cinema nel XX secolo, il Naqqāli ha rischiato di scomparire. Nuove modalità della socializzazione hanno trasformato la fisionomia delle Qahveh Khaneh e i grandi maestri sono rimasti senza allievi.
Nel 2011, l’UNESCO ha inserito il Naqqāli tra i Patrimoni Immateriali dell’Umanità.
Una nuova generazione di narratori sta riportando queste tele nelle scuole e nei contesti accademici, nelle sale dei musei e nei festival, raramente ancora nei caffè: testimonianza della vitalità di un’arte che, pur ridimensionata, conserva un potere performativo capace di attraversare generazioni e confini.
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Gordafarid e le donne del Naqqāli
Per secoli il Naqqāli è stato appannaggio esclusivamente maschile, legato a quei caffè pubblici dove le donne non avevano accesso.
La tradizione ha saputo rigenerarsi attraverso la sfida di una donna.
Gordafarid (nome d’arte di Fatemeh Habibizad) è la figura che ha infranto il silenzio, diventando la prima grande Naqqāl donna dell’era moderna. Allieva prediletta del leggendario Morshed Torabi, ha studiato per anni le tecniche del maestro per riportare in vita gli eroi del mito con una grazia potente e una sensibilità nuova.
Il suo nome non è casuale: Gordafarid è l’eroina guerriera dello Shāhnāmeh che combatte con astuzia e vigore. Fatemeh ha lottato con la stessa determinazione per essere accettata in un’arte antica, dimostrando che il coraggio e la memoria non hanno genere e assicurando che la magia del racconto persiano continui a incantare il mondo.